“E’ un pò come in cucina. Ci vuole Amore. Altrimenti, è soltanto preparare da mangiare”.

Oggi Scrivere, fare Musica, fare Arte, hanno forse perso la autentica forma dell’arte, assumendo quella dell’acqua, che si adatta al recipiente che la contiene. All’esigenza.
Arte, espressione selvatica e selvaggia di talento, irrorata ed imbevuta di cultura, modellata dalle sapienti regole della tecnica.
L’Arte come espressione del Genio. L’arte di pochi, al servizio di tutti.

Oggi a noi tutti è permesso tutto. E’ la doppia lama di quella “cosa” meravigliosa chiamata Libertà.
Un editore o un discografico devono immettere sul mercato un Prodotto.
Lo cercano nel tuo nome, sapendo che spendendolo, ci potranno guadagnare e farti guadagnare.
Tu, in qualche modo, hai intercettato una fetta di pubblico, di “acquirenti”.
Non ha alcuna importanza se lo hai fatto senza essere “detentore” di un talento artistico.

Sei un prodotto commerciale di ineccepibile successo, a rischio basso-moderato.
E allora scriviamo, firmiamo, cantiamo, interpretiamo, doppiamo.
Improvvisiamo. Ci improvvisiamo.
Siamo un pò sbiaditi. Abbiamo tanto di tutto.
Ed è un circolo infernale.
Il prodotto non mi accresce, io non mi accresco.
Il prodotto mi accontenta; io mi accontento.

Non siamo Utili
(Utile, ciò che serve a chi lo utilizza). Noi facciamo utili (noi diamo profitto).
Lo stesso Profitto, che nacque come “con beneficio intellettuale“, a braccetto con la Scuola (il ragazzo frequenta con ottimi profitti!), è declinato a vantaggio economico, “eccedenza del totale dei ricavi sul totale dei costi”.

Io non devo emozionare, devo vendere emozioni.

Io sono nata scrivendo. Ancor prima di imparare a scrivere, volevo scrivere.
Ho scritto sempre: su agende vecchie, su quaderni nuovi. Sulle tasche degli zaini, sui bigliettini di auguri.
Ho scritto lettere mai lette, alcune mai spedite.
Ho curato la calligrafia, imprimendo sempre bene le parole sul foglio, tanto da creare quel “solco” che mi poi mi portava ad odiare la famosa “pagina dietro”, quella di sinistra.
Ho letto bozze, scritto prefazioni. Ho scritto per qualcuno, ho scritto di qualcuno.

Ma ho tenuto sempre una parte di scrittura, privata e segreta.
Quando mi hanno spinto, ho avuto la paura di quando han provato ad insegnarmi a nuotare buttandomi in acqua.
Ho pianto, imparando ad indietreggiare, a scappare.
Fino a quando ho deciso di crescere e ho deciso che in quel mare io non ci volevo camminare e guardarlo solo dalla riva.
Ci volevo nuotare. Fino a vedere la riva sparire.

Non mi è mai mancata la voglia di imbarcare la mia scrittura e spedirla. Mi è mancato il coraggio.
E forse una mano sicura e carezzevole a tenere la mia.

Non ho avuto paura dei giudizi perchè, senza troppa retorica, è con i No che si cresce.
Sono i No che mettono gli accenti, che inseriscono le giuste pause, che spesso fanno le andature.
Per abbandonare, quando è necessario. E per andare avanti, quando è altrettanto necessario.

I miei ritmi di crescita sono ancora oggi scanditi dalle cose che imparo.
E’ il mio modo di misurare il tempo.
Ho avuto appetiti piccoli, spuntini frugali. E questo ha tolto un pò di struttura, ha incurvato un pò la schiena e piegato lo sguardo.
La poca fame e lo scarso apporto proteico alimentano la fragilità, abbassando le difese, quelle per difendersi, e quelle per attaccare.

Ma la cultura e lo studio, quando bussano ad una mente giovane, desiderosa di andare avanti, anzichè crescere, spesso non vengono accolti, ma solo ospitati.
E si sa che, dopo 3 giorni, l’ospite è come il pesce.
E’ una colpa perdonabile, come tante cose che ho imparato e scelto di perdonarmi anche io, perchè la gioventù ha spesso in bocca quel retrogusto incolpevole di testardaggine e presunzione.

Ma crescere significa non vedere una fine, ma sempre un inizio.
In una salita, vederne lo spunto. In una discesa, gustarne l’ebbrezza del salto.
Quando si decide di cercare il proprio posto nel mondo, ci si spoglia e ci si incammina.

Ma se il proprio posto nel mondo è Scrivere, ci viene dato un coltello senza impugnatura. La passione diventa Arte, l’Arte diventa il lavoro.
Ed il lavoro, sfama.

“Monetizzare” le passioni è un’immagine che ho spesso associato al comprare dei Jeans.
Io li amo, i jeans, ma ho evidentemente una forma strana per cui sono sempre troppo stretti, troppo larghi, troppo scuri, troppo sbiaditi, troppo lunghi. Troppo qualcosa.
Forse non li ho cercati nei posti giusti, forse non ho trovato il mio modello.
E mentre li cerco, i miei jeans, quando si fa sera e si abbassano le saracinesche, faccio ancora i conti con i mostri sotto al letto, vestiti di paure, insicurezze, vertigini.
Che quando sei alta un metro e un coriandolo, anche un gradino ti dà vertigini 🙂

Ho imparato che per scrivere, per fare Arte, ci vuole l’umiltà di raccogliere e di prendere la rincorsa, ma anche il coraggio e l’audacia di saltare. Il Momento.
Vivere significa saltare da uno strapiombo e costruirsi le ali mentre si precipita”.

C’è bisogno di un “IO”.
C’è bisogno del Triangolo del Fuoco: Talento, Cultura, Tecnica.
C’è bisogno di maestri, di compagni, che sappiano insegnarci, guidarci, scoprirci, sgridarci, spronarci.
C’è bisogno dei No. E c’è bisogno dei Si.
C’è bisogno di essere irradiati, illuminati, baciati, ispirati. Così da poter irradiare, illuminare, accedere, baciare, ispirare.
C’è bisogno di crederci, e c’è bisogno di qualcuno che ci creda.

L’arte è una catena di bellezza che si tramanda e che attecchisce dove il terreno è fertile.

L’Arte deve essere per tutti, ma forse fatta da pochi,
Fatta bene.
Arte è una parola di quattro lettere che ha l’agilità di saltare, di tendere all’alto, al grande, all’in-avanti.
E’ leggera e potente, e si appoggia al Bene, sedia robusta, di altrettante poche lettere.
Ti voglio bene. Sto bene. Mi fai bene.
Che bella parola, il bene.

Far Bene. Fare del bene. Stare bene. Volersi bene. Voler bene. Saper accogliere il bene.
Con cura e amore.

Perchè nell’arte, in fondo, è un pò come in cucina…per fare bene un piatto ci vuole Amore. Altrimenti, è soltanto preparare da mangiare.

Di che senso sei?

Nell’epoca social 2.0, l’unica cosa ad essere rimasta segreta (forse) è il voto.
Tutto il resto siamo ritenuti a pensare che debba essere dichiarato, espresso, manifestato, pubblicato, anzichè preservato e scoperto, nell’intimità di una conversazione, di una conoscenza.
Perchè abbiamo bisogno di sapere. Sapere per giudicare, per scremare, per insegnare, per impartire, per categorizzare.
“Dimmi tutto quello che sai e lasciami decidere”.
Abbiamo appiattito un senso fondamentale, il sesto.
Lo abbiamo schiavizzato a quello digitale, informativo.

E questo pezzo non è una filippica contro il Social, contro il digitale. Perchè qui siamo sui social e stiamo digitando.
Non è una questione di “luoghi”. E’ una questione di “modi”.

Siamo arrivati su Marte, progettiamo il futuro, abbiamo contapassi e contacalorie, abbiamo uno sguardo al futuro, possiamo programmare il tempo, il caffè, l’invio ritardato di una mail…ma forse non sappiamo più “sentire”.

Applichiamo modelli matematici ai rapporti umani, cerchiamo informazioni, abbiamo bisogno di “inquadrare”.

E l’Orientamento Sessuale è diventato un’informazione di base.
Un diritto che siamo costretti a dover proteggere dall’odio, dalla discriminazione, dalla violenza.
Nascere con un “orientamento sessuale comune” rappresenta oggi l’essere nati “dalla parte giusta”, come nascere in una società civile in cui sono garantite le cure, il sostentamento, il lavoro.
Il “possedere” l’orientamento “comune” ci garantisce la tranquillità di non essere costretti a dichiarare niente.
Non dichiariamo le nostre Entrate, ma dobbiamo dichiarare…che cosa, esattamente?
Con chi andiamo a letto?
Chi ci fa innamorare?
Chi ci fa perdere i sensi?
Per chi saremmo disposti a cambiare città, colore di capelli, lavoro, casa, scuola, domicilio?
Forse abbiamo “mercificato” il sesso, lo abbiamo abusato, lo abbiamo voluto sviscerare, monetizzare, guardare, capire.
Il suo legame con l’amore è assolutamente argomento di altra fattura.
Ma forse avvicinarlo ad una sfera “emozionale”, lo renderebbe meno opinabile.

Ho sempre vissuto l’orientamento sessuale come una forma d’amore, una forma d’amare.
Negli anni Novanta, gli anni della mia infanzia e pre-adolescenza, avevano forse ancora un qualcosa da preservare.
Le “preferenze” non le ho mai ritenute una “informazioni” da dover dichiarare, da curriculum, peculiarità legate all’individuo, come possono essere la professione, la città di origine, il colore naturale dei capelli.

Io, semplicemente, “Non me ne interesso”. Le cifre che delimitano il perimetro della mia vita, importante e rilevanti nel tracciare il profilo di una persona a cui “legarmi”, in maniera professionale, personale, sono legate all’educazione, al rispetto, all’atteggiamento nei confronti della vita, degli altri.

Il conoscere, a priori, l’orientamento sessuale di una persona, non solo non è rilevante, ma mi imbarazza, talvolta.
Non è nelle mie corde il doverne essere informata a priori.
Ho sempre pensato che sarebbe come se, alle 7.40 di mattina, su un tram, un gruppo di sconosciuti mi chiedesse a bruciapelo:
ma tu, quando ti lavi i denti, lasci scorrere l’acqua?
Ma tu che tipo di intimo usi?
Ma tu sei Ceretta o lametta?
Dolcetto o scherzetto?
Ma tu sei innamorata?
Ma dormi col pigiama o con peluche e il babydoll?

Probabilmente, insieme alle occhiaie e al disagio sociale, pescherei dalla borsa una padella, uno spicchio d’aglio e risponderei serafica “Gioia, con questi ripassati a fiamma vivace un pochino di cavoli tuoi”.
Porre l’Orientamento sessuale di una persona come caratteristica che lo contraddistingue è come giudicare un sentimento.
Il Coming Out che alcune persone (di profilo pubblico o no) sono “costrette a fare” è un po’ un misuratore della nostra civiltà.

Dovremmo forse vivere sfumare la sessualità intesa come “atto”, avvicinandola ai sentimenti.

Dammi il margine.

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“La cosa più difficile è preparare un pugile per il match. Si arriva all’80-85 percento, ma mai al 100 percento. Perché se un pugile va sul ring preparato al 100 percento e perde, non ha più scuse”.

Cus D’Amato.

È assurdo e utopico pensare che tutto, in un match, sia una nostra intuizione, il nostro gancio perfetto.

A bordo campo ci han preparato allenatori, madri, riformatori, collegi, politica, religione. Ci hanno imposto posture, silenzi, flessioni di braccia e di capo, verdure, abbandoni, materie, poltrone, ginocchia.

Siamo fottutamente il prodotto di scelte non nostre, ma di allenamenti estenuanti, di prose, di date, di battaglie, di spazzolini da denti e preghiere, di domeniche in chiesa e di sabati al supermercato.

Siamo burattini di libri, tv, canzoni maledette e serenate notturne.

Siamo peccatori nel proibito che si vanno a confessare in parrocchie sconsacrate. Siamo ruoli, etichette o bastardi.

Non possiamo essere nulla più di quel 15 percento.

Quel numero magico ripetuto su una mano è l’unica nostra firma, la nostra scusa.

 

 

 

 

 

 

 

…O sei innamorato, o non lo sei.

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O sei innamorato, o non lo sei.
È come la morte…o sei morto, o non lo sei: non è che uno è troppo morto!
Non c’è troppo amore, l’amore è lì.
Non si può andare oltre un certo limite, e quando ci arrivi, a questo limite, è per l’eternità. ”

Il grande ispiratore di oggi è un uomo che, attraverso la sua gestualità sopra le righe e la semplicità delle sue parole, riesce ad esprimere in maniera lieve e soave la potenza della vita stessa. Questa persona è Roberto Benigni.

Quante volte ci siamo sentiti dire, o abbiamo rifilato agli altri, un concetto assurdo ma di grande effetto come: Ti amo troppo, Mi ami troppo. E questo “troppo” assume sempre una connotazione negativa.

“Troppo” evoca qualcosa che non ci sta, che non può essere contenuta, domata, dominata, controllata. Ma questo “troppo”, nei sentimenti, non può esistere. Non possiamo accettare che qualcuno ci ama troppo.
Dovremmo chiederci: ma cosa vuol dire che mi ami un po’?

L’amore è qualcosa che, quando nasce, può solo cambiare forma. Ma il volume resta. Può essere più o meno esternato, cantato, parlato, descritto, forse dimostrato. Ma quando esiste, non ha una quantificazione della propria esistenza.

Ho sempre creduto che la vita sia l’amore, in mille e mille forme.
Vita e amore per un compagno, una passione, un figlio, un genitore, un amico.
Amare qualcosa o qualcuno rende vivi. Non l’essere amati.
E’ l’atto stesso di amare che crea la vita: amare crea un movimento, in avanti o indietro, crea forza, crea energia, crea coraggio e scatena paura.
Amare crea l’azione del “fare”.
Amare tiene in vita.

Amare è saper aspettare. Accudire.
Anche strattonare, a volte.
Ma chi ama non deve mai temere di amare TROPPO.
E amare spaventa, certo. Perché ci spoglia di noi stessi facendoci vivere in altro contorni, in altri cappotti, in altri sorrisi. Fino quasi a non riconoscersi più.

Ma perdersi così nei battiti di qualcuno è uno dei luoghi più sicuri che esistano.


Questo pensiero di oggi lo dedico a due persone per me speciali.
Che da quando si sono affacciate al mondo dei grandi, si sono trovate.
Si sono conosciute l’uno dentro l’altra.
Si sono amate, accompagnate, mano nella mano.
Si stanno amando e si stanno accompagnando, mano nella mano.
Hanno costruito, gioito, sofferto, mano nella mano.
E adesso forse si stanno separando, con un addio che è straziante.
Che non è un addio. Ancora mano nella mano.
Perché quando si ama, si vive nei cuori, oltre che nei corpi.
E vorrei dire a te, piccola grande donna, di essere forte, di buttare fuori tutto il dolore.
Ma ti voglio anche dire che amare come vi siete amati voi non avrà mai fine.

 

Per fare il primo passo non hai bisogno di vedere tutta la scala.

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Per fare il primo passo non hai bisogno di vedere tutta la scala.
(Martin Luther King)

Così la vita.
Così l’amore.

tutti I più grandi monumenti e le più grandi vette sono staccato da terra.
Gradini pensati per essere affrontati ad uno ad uno, ciascuno con maggior sicurezza di movimento rispetto al precedente.

Non so voi, ma io affronto gli scalini, tutti, sempre e da sempre con lo stesso primo passo: il piede destro.

È una partenza che mi permette di affrontare l’intero percorso, che siano la strada di casa o le vie dell’inferno, con una sorta di guida sicura: il mio primo passo che guida tutti gli altri, che mi rende più stabile.

Non guardo mai la lunghezza della rampa, preferisco guardare dove appoggiare bene i piedi.
Sempre gli stessi i movimenti, ma sempre diversi gli orari, le velocità, le destinazioni.

Scale per raggiungere, scale per scappare.

Quelle salite di corsa, hanno quasi sempre una sosta d’obbligo arrivati in cima, a riprender fiato.

Preferisco farle adagio. E godermi il panorama che cambia sotto e sopra di me.

Tutto sempre dettato da quel primo passo col piede destro.
Tutto è nel primo passo.

Non hai bisogno di sapere prima come va a finire.

Quanto cammino avranno ancora le tue gambe, quanta energia risparmiata e quanta fatica da spendere.

Così la vita.

Così l’amore.

La #paura della #felicità

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La paura della felicità è un ossimoro incredibile.

Un luogo comune è che tutti riescano a perseguire la Ricerca della felicità, in particolare della propria.
Ed invece la mente umana è quanto di più complicato, indecifrabile, insondabile e perverso ci sia al mondo!

Uno studio americano del 2010, il Behavior Research and Therapy, ha cercato di spiegare questa paura che, il 98% delle volte, agisce in maniera inconscia. Lo studio rivela che spesso avere a che fare con la felicità è altrettanto difficile che vivere nelle avversità. Il problema, infatti, pare che dimori nella in-capacità di regolare la nostra vita affettiva.

La paura di essere felice e di godersi appieno la felicità è la conseguenza della paura di essere delusi o di non essere in grado di raggiungere l’obiettivo, rinunciando a priori, pur di non dover soffrire o rimanere amareggiati.

Spesso, quindi, senza neanche accorgercene rimaniamo emotivamente immobili, non prendiamo decisioni, non smuoviamo le acque. Forse abbiamo paura che le cose possano peggiorare anziché migliorare, quindi nel dubbio continuiamo, come automi, la nostra vita, in uno stato di semi apatia. E forse è qui che sbagliamo: idealizziamo la felicità, dandole la potenza della violenza, del tornado, di qualcosa che riempie in maniera veloce e totale.

La felicità non dev’essere un’ubriacatura. Perché l’estasi passa velocemente.
Non va quindi vissuta come una tempesta emotiva da cui siamo passivamente sommersi.

La felicità è una scelta.
Una scelta sudata e difficile.

“To Rome with Love”, Intervista a Marco Salvati

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Oggi il caffè è piacevolissimo, dolce, acuto e pungente, proprio come il protagonista.
Benvenuto, MARCO SALVATI!

Mi approccio a questa intervista con una discreta dose di “ansia da prestazione”, assolutamente non dettata dalla persona che ho davanti, ma da quello che rappresenta J Un grande comunicatore che, con una squadra vincente, riesce a stare nell’ombra del dietro le quinte della “sala autorale”, facendo risplendere gli altri. Penso ad un Uomo su tutti che risplende anche (ma non solo, ovviamente) grazie alla luce che gli puntate Tu e Sergio Rubino, per citare l’altra tua metà della mela: Paolo Bonolis. Quindi inizio con un ringraziamento e lo faccio partendo dal tuo talento che hai trasformato nella tua professione.  Se penso a Paolo non riesco a staccarlo da voi due che, negli anni, avete costruito con lui un nuovo modo di comunicare. Avete preso quella massa eterogenea che è il pubblico e le avete dato in pasto una comunicazione per tutti i palati, in una generosità grandiosa, senza “discriminare” nessuno. Chi ha incastrato Peter Pan, Ciao Darwin e il Senso della Vita sono, per me, tre binari che si sono incontrati in un successo nazionale come Avanti un Altro!, un programma che riesce a divertire e prende spunto, se non sbaglio, anche da alcune tecniche scientifiche per le riabilitazioni “mentali” su alcuni pazienti colpiti da ictus, per esempio, come quella del Rispondere al Contrario alle domande. Ecco, credo che il successo indiscusso di questo programma sia prendere un po’ da tutto quello che è “popolare” e di mescolarlo sapientemente, senza quasi farsene accorgere, perché i registri linguistici si alternano in un circo colorato, fisico che non perdona nessuno J Il concorrente è protagonista indiscusso di quei tre minuti, scherzosamente deriso quasi senza che se ne accorga, perché la vostra risata è sempre rispettosa.

In questi “prodotti televisivi” c’è (quasi) tutto l’uomo: le sue ingenuità, le sue malizie, le sue fragilità, le sue spigolosità e le sue vanità. E ci sono i famosi “Tre livelli di linguaggio” che avete costruito nel tempo, sempre su Paolo. Il linguaggio “bambinesco” (ma quanto mai adulto), quello nazional-popolare e quello più profondo, più di nicchia, più “incatturabile”, illegibile ai più, che inevitabilmente screma in maniera naturale il pubblico che ne viene trafitto o non lo vede nemmeno passare di sfuggita.

 

Proviamo a cambiare punto di vista. Se non fossi tu a scrivere per gli altri, chi vorresti scrivesse per te?
“Ah, bella domanda! Non credo di avere una vita da narrare. Solitamente sono io che scrivo per gli altri…Ecco, se mi chiedi a chi penso per la “regia” della mia vita, ti dico Woody Allen”.

In televisione chi comanda: siamo noi pubblico al servizio della tv oppure è il pubblico che, di fatto, vi impone un certo tipo di format?
“Questo è un po’ un serpente che si morde la coda. La TV EDUCATIVA, ovvero la pretesa che la televisione stessa debba “educare” è un concetto che trovo molto fascista e mi indigno di fronte  a questo. E’ la televisione che si adegua alle persone: è la gente che fa la televisione. Nella vastissima offerta televisiva che abbiamo oggi (pensiamo alla tv on-demand), ci sono sicuramente dei canali che hanno la vocazione di “educare”, altri predisposti all’intrattenimento, altri ancora alla divulgazione per un pubblico diverso. ma non bisogna certo avere la presunzione di insegnare. Il pubblico è intelligente e sa scegliere per se stesso. Alla sera, alle nove e un quarto, io non ho più una “imposizione” di contenuto da guardare: ho la facoltà e la possibilità di scegliere e di cambiare canale”.


Entriamo piano piano nell’altro mondo di Marco, quel Marco autore di se stesso che “abita” nei Social. Quand’è che la Libertà di parola diventa Diarrea Verbale? Scusami per la terminologia spiccia, presa in prestito da una mia grande maestra di vita, ovvero Bridget Jones. Però negli ultimi anni, soprattutto su Facebook, si stanno diffondendo in maniera virale concetti come: L’ODIO SERIALE, IL NON-PERDONO DEL SUCCESSO ALTRUI, LA XENOFOBIA, IL RAZZISMO, LA MEDIOCRITA’. Stiamo godendo i frutti che molti combattenti della Libertà di parola hanno pagato anche con la vita. Dov’è che si è rotto qualcosa, quando?
“La libertà di parola non è un Bene, non è SEMPRE un bene. In Italia la politica, i social, la televisione sono un mezzo attraverso il quale chiunque si sente in diritto-dovere di dire quello che vuole, ma non è corretto a mio parere. Non possiamo parlare tutti di tutto. Quando decidiamo di esprimerci, dovremmo avere dei concetti sostenibili. Prendiamo per esempio i Social: hanno spalancato una democratizzazione che ha tolto qualsiasi filtro. Uno strumento del futuro che ci ha fatto fare un balzo indietro al Medioevo. Viene quotidianamente vomitata cattiveria, senza alcun tipo di filtro. Abbiamo uno strumento che ci permette, di fatto, di dire tutto e quindi ci arroghiamo il diritto a farlo. I francesi e gli inglesi, veri “inventori” della democrazia, sono arrivati a questa conquista con la Storia. Anche gli spagnoli hanno qualcosa da dirci, e sono arrivati ancora più tardi a questo concetto. In noi scorre invece il dna dei furbetti. Se c’è una fila, il nostro primo pensiero è quello di come saltarla. Siamo immaturi, non siamo un Popolo con una identità solida: non abbiamo il senso di civiltà, di rispetto. Siamo dei lamentosi. Prendiamo ancora una volta il caso dell’immondizia nelle strade: ce ne lamentiamo a gran voce, ma chi è che, di fatto, la butta in strada quella stessa immondizia? Carlo Verdone e Checco Zalone hanno creato cinematograficamente la vera incarnazione dell’ ITALIANO. E chi ride di quell’italiano lì, non si accorge che sta ridendo di se stesso, perché non vi si riconosce nemmeno. E poi noi non perdoniamo agli altri la fortuna. Critichiamo tutto a ruota libera, inveiamo in maniera cieca su televisione, teatro, musica”.

(Recentissimo episodio quello contro Paolo Bonolis in occasione del Concerto di Vasco MODENAPARK trasmesso su Rai Uno con interventi di Paolo Bonolis tra una canzone e l’altra. Una scommessa che la Rai ha fatto su Paolo, un uomo “avanti con l’etaà” per un programma come un concerto in prima serata. All’indomani, un successo di ascolti pazzesco, accompagnato come sempre da critiche, molte delle quali ad personam, ingiustificate, senza senso).


E allora mi prendo un po’ del nostro tempo per un excursus su Paolo (Bonolis).
“Paolo è un uomo straordinario, un amico. E’ colto, intelligente. A telecamere spente è attento verso tutti, educato, rispettoso. Non lo posso definire un conduttore, un presentatore. E’ un performer. Ha un temperamento calmo, composto. Parla quando è il momento e non cerca mai di riempire il proprio ego”.

Torniamo sui social, ma con toni più leggeri, abita anche quel Marco “sexy e  vanaglorioso”, un conquistatore seriale. Abbiamo capito che la tua “subdola” arma di seduzione è la mente, la parola che si fa tagliente. Ma a te, che cos’è che seduce? La stessa arma che usi tu, quindi un doppio taglio?
“Mi dissocio categoricamente da questa definizione di SEDUTTORE SERIALE! La verità è che sui Social siamo tutti sedotti e seduttori, ci divertiamo a fare lo struscio, di fatto. Diciamo che sono un seduttore a mia insaputa, lo Scajola della Seduzione! Sempre tornando ai Social, hanno dato a chi non si era mai espresso una voce e un corpo”.

Qual è la parte di te che ti piace di più?
“Esteticamente direi nulla in particolare. Sono globalmente in decomposizione, ma posso essere piacente, interessante. Come si dice a Roma: sono un amabile cialtrone!
Come persona mi piace la mia capacità di improvvisazione, di sapermi giostrare anche in situazioni impreviste”.


Che cosa ammiri nelle Donne e che cosa ammiri negli Uomini.

“Nelle donne ammiro la cultura…ma forse è un po’ banale! Mi piace che le donne abbiano qualcosa da insegnarmi, che mi lascino ad ascoltarle incantato. Sono stanco di fare il pigmalione. Questa loro qualità mi eccita più di qualsiasi reggicalze (e qui, amici, se non seguite Marco su Facebook o Twitter, avrete una lacuna incolmabile 🙂 ). Negli uomini ammiro la mitezza, che non è sinonimo di “essere moscio”, come spesso si pensa. Credo di non possederla io, questa mitezza”.


Se penso a Woody Allen, a Bukowski, a Leopold von Sacher-Masoch con la sua Venere in Pelliccia, riconosco che una gran fetta della Buona Letterature e del Bel Cinema toccano, inevitabilmente, l’erotico, per arrivare, ognuno a suo modo, all’Amore.
Passione e Amore sono legati tra loro. E se si, come?

“Queste due grandi parole hanno origini greche. Eros e Porne erano di fatto due volti di una stessa moneta. Siamo noi che, in seguito, li abbiamo “specializzati” e divisi in amore e sesso. La pornografia, quella fatta bene, è molto più onesta dell’erotismo. L’erotismo patinato è nato per creare una pornografia veicolata. Oggi c’è un grande “supermercato” della sessualità, la puoi scegliere fino agli abissi. Una volta il sesso era l’intimo su Postalmarket e si, aveva tantissime sfumature. Una caviglia, una gonna alzata. Il porno era impensabile. L’eros era anche in un certo tipo di linguaggio Oggi è tutto mescolato, anche confuso. La pornografia è di fatto colei che trascina la tecnologia ,che a sua volta aperto un mondo, un canale, ha sdoganato tutto. Oggi, con internet, non ci sono più quelle velature, quelle sfumature. C’è un’offerta che ha raggiunto qualsiasi “fantasia”, ha sconfinato. Ha forse fatto perdere quella parte fondamentale che era l’immaginazione e il proibito”.

Sei esattamente dove vorresti essere?
“Sono dove volevo essere da ragazzo. Ho raggiunto molti traguardi, un successo modesto e l’ho fatto con merito.
Adesso non lo so, magari vorrei essere altrove e sognare altro”.

Che papà sei?
“Credo di essere un papà premuroso, attento, non sono il migliore, sbaglio.
Ma cerco di essere sempre presente per i miei figli”.


Ti piace il caffè?

“Si, ne ho appena preso uno”.

Perché hai accettato questa intervista? Ho fatto una fatica incredibile a trovarne altre di te.
“Hai fatto fatica perché non ne faccio quasi mai. Io sono quel personaggio che fa parlare gli altri. Ho accettato perché oggi non avevo molto da fare, perché ti leggo e sei intelligente, pungente, simpatica.
Ho capito quanto sia importante per te questo blog, questa tua creatura. E quindi, anche se non so come, spero di aiutarti!”

Erano più o meno due anni che aspettavo.
E quindi la morale della favola è che se credi in qualcosa, persevera, con rispetto (tuo ed altrui) ed educazione.
Marco Salvati è un indiscutibile uomo di fascino, un fascino totale, che va al di là di canoni estetici. Nella premessa spero di aver reso omaggio a lui (e al suo team di autori) che ci regala qualità. Troppo spesso confondiamo serio con serioso e tacciamo le risate come “sciocchezze”. In gran parte dei prodotti a cui lavora Marco, c’è una qualità rara: IL RISPETTO. E questo rispetto arriva agli occhi e al cuore di chi guarda. Per dirla un po’ spirituale, televisivamente Marco si fa corpo attraverso Paolo, attraverso la sua irriverenza, la sua straordinaria capacità di tenere il palco, l’attenzione costante per tutta la durata del programma. Cultura, riferimenti storici, politici, battute, freddure: tutto in un tempo brevissimo, con un ritmo veloce come quando d’estate ti immergi in una bolgia dantesca, ma riesci comunque a ritrovarti. Grazie quindi, Marco, per il rispetto che hai del pubblico, quello “attivo” in studio, nella veste di concorrente, e quello “passivo” da casa, spettatore…che poi passivo non è mai. Voi non ridete DEL concorrente, DELLE persone. Voi ridete CON il concorrente, CON le persone. E sono preposizioni che fanno la differenza.

“Mi fa molto piacere che tu abbia colto. E che tu abbia usato CON, anziché DI”.

 

And…What about you?

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Questa sezione ABOUT YOU è il coronamento di un sogno, ovvero l’inizio di un percorso.

Smontare un pò tutti gli algoritmi del mio essere ingegnere per lasciar spazio alle parole, a ciò che con la scienza non si può spiegare: l’essere umano!

Mi piace il bello, in ogni sua sfumatura: Un bel paesaggio, un bel piatto, una bella giornata, un bel sogno.
Mi piace il buon cibo, accompagnato da un buon vino, condito da un’ottima compagnia.
Mi piacciono le belle persone.
Quelle che non conoscerai mai dal vivo, quelle che hanno fatto la storia, quelle che entreranno nella storia. Quelle che hai nel cuore, quelle che il cuore te l’hanno spaccato in quattro.
Mi piacciono le belle donne, quelle belle anche dentro, che poi non vuol dire avere il fegato a posto: vuol dire avere fegato e basta.
Quelle che hanno coraggio, quelle che ancora non ce l’hanno.
Quelle che si sono reinventate, quelle che ti rendono fiera di essere DONNA, con tutte e cinque le lettere in maiuscolo!
E anche l’uomo mi piace, mi incuriosisce.
Li amo gli uomini.
Ma non li amo tutti.
Non amo quell’uomo pieno di sè, quello che non deve chiedere mai.
Bisogna chiedere eccome, e talvolta dire anche per favore!

E in questa pagina ci si racconta, vestiti solo di noi stessi, di quel che vogliamo.
Spogliati di trucco e trucchi.
Perchè raccontarsi, secondo me, è sempre il modo migliore per assaporarsi.
Non sono una professionista del mestiere…e forse sarà bello anche per questo!

La porta è aperta, benvenuti nella mia Coffee Room, che qui è vostra più che mai.

Che bella, la Ricerca della Felicità.

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San Francisco con i suoi sali-scendi fa da sfondo ad una coppia e al suo progetto.
Un sogno in cui credere e i risparmi di una vita per coronarlo. La vita, che non ti guarda in faccia mai, trasforma questo sogno in qualcosa di irrealizzabile, in una discesa agli inferi.
La Coppia si sfalda piano piano in una semplice coppia di persone.
E questa moglie, che è soprattutto madre, anche se comprensibilmente esausta, si rivela non all’altezza del suo ruolo, e si arrende di fronte ad una sconfitta che li stava inghiottendo, sempre più velocemente.

Cosa resta? Resta l’amore di un padre che va oltre, che è tutto, che ha qualcosa più di tutto.
E la pellicola inizia a consumare anche lo spettatore con le porte in faccia, sbattute senza pietà contro quelle mani forti che stringono a sé quelle fragili di un bambino.
Ci sono debitori che spariscono e creditori che non ti risparmiano, senza chiedere permesso. E’ tutta una salita questa vita. Come San Francisco. Una salita di continua Ricerca. La Ricerca di questo sogno, della svolta. Della Felicità.

Si, perché la felicità è qualcosa che possiamo solo inseguire, e che forse non riusciremo mai a raggiungere, qualunque cosa facciamo.

E la Felicità richiede il coraggio di sporcarsi le mani, di sognare ancora, con tuo figlio, mentre dormi nei bagni pubblici di una stazione metropolitana, sognando l’era dei dinosauri.
Quando si spengono anche le ultime luci, hai una sola strada da percorrere, perché quella è e sarà sempre illuminata: è la strada di chi ha una meta.
Afferra studio, costanza, voglia di imparare, di rimettersi in gioco e parti, di nuovo. L’obiettivo sempre lì, fisso, davanti a te. Che si fa sempre più vicino.
Sei sempre più esausto e consumato; anche un semplice giocattolo, un super eroe come Capitan America, deve essere lasciato indietro. Non è più tempo per questi eroi di cartone, di plastica, dai superpoteri. Gli eroi, quelli veri, non hanno mantello. Hanno canotte bianche sporche di vernice.
Gli eroi sono quelli in carne ed ossa. Quelli che ce la fanno.
NONOSTANTE TUTTO
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Quelli che guardano la quarta pagina, l’ultima.
La salita è finita.

Questi sono gli ingredienti de La Ricerca della Felicità.

Si arriva al finale col fiato corto. Quasi increduli di come la vita, a volte, possa darti così tante occasioni per arrenderti. E altrettanti occasioni per non farlo. Si piange, ma non per monologhi strappalacrime o strazi gratuiti. Si piange perché questa pellicola è la vita.

Un Will Smith intenso, invecchiato dalla fatica di sopravvivere. Ed un Sandro Acerbo che ne ha catturato tutte le sfumature, fino a quegli occhi rossi di pianto. Di gioia, finalmente.

Ispirato alla vita di Chris Gardner, imprenditore milionario, che durante i primi anni ottanta visse giorni di intensa povertà, con un figlio a carico e senza una casa dove poterlo crescere. Appare nella scena finale del film, in un cameo, mentre attraversa la strada in giacca e cravatta, incrociando lo sguardo con Will Smith.

I Fantasmi di Portopalo

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Vent’anni fa, a Portopalo, i pescatori decisero di tacere su uno dei più tragici naufragi di migranti, avvenuto la notte di Natale del 1996.

Una storia vera che ha visto inabissare una carretta del mare stipata di migranti al largo di Portopalo.

Solo nel 2001 solo un uomo, un pescatore, ruppe il silenzio.

Il relitto della nave è ancora in fondo al mare. Perché spesso, come accade per i bambini, quello che non vediamo, non esiste.

Qui non vogliamo recensire una fiction. Qui vogliamo parlare di quotidianità, di malaffare, di rapporti umani e di soggetti inumani.
Queste le parole del protagonista della fiction, Beppe Fiorello. «Anche se sono consapevole che le mie parole potranno essere strumentalizzate, io sono contrario a ogni forma di #intolleranza: chi alza #muri alza #provocazioni, perchè un migrante in cerca di speranza cercherà di superarli in tutti i modi, quindi chi alza muri non fa altro che provocare un’#immigrazione ancora più violenta. Ci sarà sempre qualcuno che replicherà – allora portateli a casa tua visto che sei ricco e famoso!-. Ma l’immigrazione gestita bene è un valore aggiunto. Certo, se li lasciamo stipati in una palestra o a vagare, la reazione della società civile è la paura. Noi non dobbiamo avere paura di loro, ma della politica che non sa gestire il fenomeno. Non era facile raccontare la storia di un naufragio, perchè qui non si salva nessuno, non c’è un salvataggio. Raccontiamo l’impegno civile dei cittadini, quanto è importante dire sempre la verità».

Gli fa eco Battiston, che interpreta il giornalista che diede voce a quel pescatore: “E’ una storia drammatica, ma necessaria. Questo deve fare la televisione: dare spazio a storie che aiutino la gente a riflettere. In genere se qualcuno di noi decide di cambiare vita, prende un aereo e va in un altro paese: ci sono persone che non lo possono fare, spendono dieci volte di più e non è detto che l’arrivo sia scontato».

E quindi si, prendiamo coscienza che non dobbiamo nasconderci dietro a un dito. Le organizzazioni criminali si nutrono dell’immigrazione, trasformandola in un business di altissimo livello. E’ sotto gli occhi di tutti e questa tragedia del 1996 è stato il ‘click’ dove la malavita ha capito che contrabbandare esseri umani è meglio che contrabbandare sigarette. I due protagonisti si recano a Malta per incontrare uno degli scafisti: “Io fino a oggi contrabbandavo sigarette, però bisogna scaricarle. Questi scendono gli dai un calcio nel sedere e vanno da soli’. Quello che stanno facendo i siciliani in termini di accoglienza è qualcosa che resterà nei libri di storia.
Poniamo l’accento, per una volta, su questa straordinaria parte di Sicilia e di umanità.
Perchè il silenzio, l’omertà, il razzismo possano piano piano inabissarsi, come quei relitti.

[Un ringraziamento a Il Giornale di Sicilia e a Repubblica]