E tu, di che #Comunicazione sei?

La comunicazione è un’espressione sociale, carica di responsabilità.
Comunicare non è pronunciare, scrivere o disegnare.
Comunicare è FAR ARRIVARE : l’espressione è compresa e diventa patrimonio comune per la costruzione di una discussione, di un sapere, di una cultura.

Su piattaforme social professionali, ci sono spesso degli spunti molto molto interessanti da cui partire per poi “trasferirne” il contenuto, o la lezione imparata, nel quotidiano.

Lo spunto di questa riflessione in cui mi sono imbattuta oggi affrontava il tema della COMUNICAZIONE, contemplandone, soprattutto nella sfera lavorativa, versioni più “ricercate” e complesse, come “il carisma inverso”, ovvero un Ascolto (non un parlato, se non fatto di semplice domande) per convincere qualcuno, per esempio, a cambiare idea, a rivedere la propria posizione, le proprie scelte, senza “dichiarare” che l’intento del nostro approccio sia quello.
Io non ti dico che voglio farti cambiare idea. Non inizio a parlarti per convincerti.
Ti ascolto (con tecniche sapienti e raffinatissime) e, con questo mio modo persuasivo di ascoltarti, ti convinco. Quasi silenziosamente.

Quindi una comunicazione “esperta” con affascinanti “stratagemmi”, che ha come dettami:
La mia Curiosità Sincera
La voglia di farti Esplorare le tue opinioni e le tue posizioni in Profondità
Trasmetterti la sensazione di ascoltarti con una tale Intensità da “costringerti” ad offrirmi la migliore versione di te.

Si parte da un principio inverso, appunto, rispetto ai grandi oratori, ai grandi comunicatori.
Io non voglio fare lo sforzo, parlandoti, di sembrare “più” di te.
Più preparato, più intelligente.
Più.
Io voglio concentrarmi su di Te, voglio che Tu mi parli, che ti analizzi.
Voglio farti andare in fondo e, magari tu, ascoltandoti, puoi rivedere una tua posizione, convinzione, un tuo modo di porti, di essere.
E’ in fondo il “gioco” tra Psicologo e Paziente.

Quando si parla di #comunicazione nelle relazioni, non ha molto valore quello che viene dopo la parola “Relazione”.
Relazione Lavorativa, interpersonale, familiare, affettiva, amorosa, amichevole…
E’ una RELAZIONE, quindi la Comunicazione è al centro.
La sfida forse, in questa epoca che viaggia sui social a ritmo di clic, è appunto approcciarsi ad una comunicazione più nuova, livellata, profonda.

Comunicare.
Avere voglia di comunicare, di esporsi.

Comunicare.
Avere voglia, capacità ed empatia di ascoltare.

Back to the Future. Il Dialogo e la Cura contro (e nella) Pandemia.

Quello che mi ha dato questo spunto (proposto alla fine del post, con un suo estratto), è un articolo in cui ho avuto piacere di imbattermi su #Linkedin
“Gli effetti della pandemia sulla Salute Mentale”.
Quello che abbiamo compreso, proprio perché questo tunnel in cui ancora camminiamo si è fatto lungo e ha avuto tratti bui e fitti, è che le parti visibili ed emerse, delle situazioni e delle persone, sono sempre più piccole, a livello di “quantità” e di “calcolo della superficie”.
Tutto, pian piano, si è abbassato; è sprofondato.
Pensiamo a quella che è la strategia di sopravvivenza che abbiamo imparato, anche con un tocco di ironia che ci contraddistingue, in questa pandemia, fin dalle sue prime battute:

UN METRO DI DISTANZA
DISTANTI MA UNITI
DISTANTI OGGI PER ABBRACCIARCI DOMANI.

La parola è DISTANZA. Una distanza fisica e limitata nel tempo, quella auspicata.
Una distanza umana e lunga, quella realizzata e percepita.
Io ricordo, nei momenti più bui e ignoti, di essermi affacciata al balcone e di aver visto quella strada, sotto casa, completamente deserta.
Se non vivi sui Navigli o sul grande raccordo anulare, a tutti sarà capitato, di sera o di domenica mattina, di guardare una strada vuota, avanti a sé.
Io lì ho visto, per la prima volta, quel vuoto. Gli ho dato un colore e una densità, un odore e una percezione: nebbia.
Non vedi più niente, intorno. Fa freddo e non sai nemmeno tu se gli altri ti vedono, e come.
Ricordo di aver detto (beata ingenuità): Quando tutto questo sarà finito, avremo una tale quantità di felicità inesplosa, dentro, una tale voglia di vederci che scenderemo a piedi su questa strada e ci abbracceremo in un unico grande bellissimo abbraccio collettivo.
Quell’abbraccio non è mai arrivato e credo non arriverà mai più.
Quello che abbiamo lasciato dietro, cimiteri umani e sentimentali, forse non tornerà più.
Forse noi non torneremo più “quelli che eravamo, quello che eravamo”.
Forse non ci pensiamo nemmeno più, a quell’imperfetto.
E forse è giusto così, perché non possiamo più ricreare quello che si è spento per sempre.
Forse noi adesso siamo questo, quello che stiamo diventando.
Forse quello a cui dobbiamo anelare è ESSERE, in un modo nuovo.
Un “back to the future”, un apparente controsenso.
Ma quello che noi abbiamo davanti, ora, è un presente-futuro che è abbastanza diverso da quello che abbiamo lasciato.
La parte “Emersa” è diventata piccola, marginale.
Le mascherine, per esempio, hanno coperto una parte importante e molto comunicativa, espressiva e responsabile, nella nostra comunicazione, verbale e non: la bocca.
Il sorriso, un ghigno, un labbro che si piega in giù.
Chi ricopre, adesso, quel ruolo?

Lo fanno gli occhi,
Gli occhi “lavorano” per due, adesso.
Abbiamo imparato ad usarli per comunicare e ad usarli per capire che cosa gli altri, più o meno volontariamente, ci stanno dicendo o facendo vedere.
Infatti, il consumo di creme anti-occhiaie e di maschere defaticanti (non scherzo) è aumentato in maniera esponenziale.

Ma non sempre abbiamo la forza di comunicare o di voler capire.
Abbiamo lasciato andare giù, a sedimentarsi, quasi tutto, di noi.
Il lato emerso è un pallido figuro.
Ci siamo distaccati.
Quel che vediamo e percepiamo degli altri (e viceversa loro, con noi e di noi) è solo una punta dell’iceberg di quello che abbiamo, di quello che siamo.
Le Relazioni Umane richiedono oggi, adesso, uno sforzo doppio, triplo.
Voglia, spesa.
Voglia di investire tempo, fatica, energie.
Spendersi per capire.
Spenderci per farci capire,
Occorre, da un lato, sviluppare una propensione alla lettura e alla comprensione dei timidi segnali che vediamo e scorgiamo. Capacità di lettura e percezione.
Ma anche appunto propensione a farci leggere, ad aiutare l’altro.
E nelle distanze, proprio in quelle fisiche, come ci comportiamo?

Dobbiamo riscoprire o re-imparare o imparare da zero il potere e la bellezza del DIALOGO, della comunicazione.
Siamo neonati che imparano a COMUNICARE.
Dobbiamo ricominciare o cominciare a parlare, a comunicare.
Ad emergere, a far emergere.
Le radici sono quelle che devono restare coperte, dalla luce, dal freddo. Al riparo.
Ma il tronco, i rami e le foglie devono tornare a svettare, a prendere aria e luce.
E possiamo farlo se abbracciamo le aperture del dialogo e della CURA.
Creiamo quei ponti.
Proviamo ad immaginare quello che saremo e che stiamo diventando, attraverso il DIALOGO, la CURA del benessere mentale.
Dobbiamo “rimetterci al mondo, nel mondo”.

[…]
Dell’emergenza sanitaria fa parte anche l’emergenza psicologica, che sta facendo danni incalcolabili.
Diverse ricerche dimostrano un grandissimo aumento di disturbo da stress post-traumatico, perché è chiaro che quello che è successo e sta ancora accadendo, ha avuto e sta avendo un grande impatto sulla vita personale, sulla percezione di sé, sulla relazione con gli altri, sul rapporto con il cibo, con lo studio, con il lavoro.
Secondo uno studio realizzato dal Dipartimento di Scienze Biomediche di Humanitas University, durante questi anni 1 persona su 5 ha notato un peggioramento nei rapporti con il proprio partner, 1 persona su 2 sente di più la fatica durante il lavoro e 7 studenti su 10 dichiarano un grande calo della concentrazione nello studio.
Non tutte le persone hanno la possibilità economica e “temporale”  di prendersi cura della propria salute mentale, e proprio per questo dovrebbe diventare una questione prioritaria del presente e del futuro.
Viviamo un dolore profondo che nasce anche dal senso di incertezza lungo e diffuso, e dall’incapacità di rispondere alle grandi domande esistenziali, tra cui “Perché dovrei lavorare, perché dovrei studiare, perché dovrei progettare se il futuro sembra irraggiungibile, se è tutto così precario?”
Non è un fatto privato, è una questione pubblica per cui servono fondi, di cui bisogna parlare, che non può rimanere nascosta.
[…]

I ravioli di zucca.

Non è un articolo di cucina.
Né una seduta (gratuita) dallo psicologo.

Né una trama di uno sceneggiato di quelli che andavano (ci vanno ancora?!) in onda subito dopo pranzo, che te li guardi in quel principio di stato comatoso altresì detto PENNICHELLA-POST-PRANZUM.
Dicevamo, ah si…basta con le premesse sul CHE COSA NON E’.

Questo è un semplice racconto di fatti realmente accaduti a persone reali, senza bisogno di chiamarli Pippo o Pluto.
Questi fatti ed i suoi protagonisti saranno dei “campioni”.
Perché?
E questo blog non deve solo avere una inutilità sociale, come è stato finora.
Perché, ridendo e scherzando, ma senza ridere né tantomeno scherzare, tre quarti dei fallimenti sentimentali che si consumano intorno a noi, potevano risolversi in questo modo….

>>> L’articolo contiene SPOILER >>>

Io vi ho avvisati.
Qualcuno doveva farlo. Qualcuno doveva dirlo e quel qualcuno sono io.
Donna Abelarda.
Tre quarti dei fallimenti sentimentali che si consumano intorno a noi potevano, E POSSONO, risolversi PARLANDO-CON-CHIAREZZA.
ALT ALT ALT…. Chi sta pensando di abbandonare la lettura con in tasca saccenza e delusione si risieda immediatamente, anche se è seduto sulla tazza.
STATE FERMI e abbiate l’umiltà e la pazienza di prendervi questi dieci minuti di lettura.
A fine pezzo potrete tranquillamente tornare a fare quello che stavate facendo.
O forse no. Non così in fretta.
Questa frase apparentemente presuntuosa in realtà è una richiesta che è quasi una preghiera.
E quello che vi chiedo non è un clic. Non ci sono entroiti pubblicitari. Ma chi è che vuole investire su di me ma dai su!!!!!!
Se le cose che leggerete qui ce le dicessimo, con limpidezza e chiarezza, in un casuale-misto-eterogeneo punto di ascolto ogni mercoledi alle 18, seduti in cerchio su sedie scomode, esattamente come i gruppi di dipendenze che vediamo nei Film, forse potremmo pensare di essere dodici grammi più felici.

Lo so a cosa state pensando.
Al gruppo di ascolto. Stile…I love shopping.

“Ciao sono Giusy e non uso la mia carta di credito per fare shopping da 3 ore e 45 minuti”
“Forza, diciamo ciao a Giusy, brava Giusy”.
Coro >> “Ciao Giusy, brava Giusy!”


Dai, ora basta.
La vostra attenzione l’ho catturata e la suspense è al giusto punto di fumo.
Partiamo.
Nell’ultimo periodo, complice forse la fragilità che la pandemia ha creato dentro di noi, piccole crepe che sembrano crateri, mi sono ritrovata a raccogliere confidenze sentimentali da parte di creature fino ad oggi totalmente estranee al binomio PAROLE – SENTIMENTI.
Queste creature a cui diamo il benvenuto, sono gli UOMINI.
“Ciao Uomini!”
Ok dai, la smetto davvero.
Dicevamo, probabilmente il tempo che abbiamo imparato (o stiamo imparando) ad investire, piuttosto che a buttare o far passare, ci ha fatto mettere in discussione.
Un altro fatto che si accompagna all’avvicinamento degli uomini non ai sentimenti, ma a PARLARE DI SENTIMENTI, è che molte donne insospettabili* (l’asterisco non è perché siamo prodotti congelati, ma che approfondiremo dopo la tipologia) hanno letteralmente scagliato in faccia a questi uomini dei veri e propri treni.
No, non dei trenini locali a 3 carrozze. Proprio 11 vagoni di alta velocità sulla tratta Bologna-Firenze.
Prima abbiamo detto che faremo di queste esperienze, un “campione”. Significa che faremo degli “assumption”. Faremo come in algebra.

La situazione-tipo che conduce al LANCIO DEL TRENO >>> MI E’ ARRIVATO UN TRENO IN FACCIA è:
L’uomo è il soggetto che subisce l’azione di essere investito dal treno.
Caratteristiche:
Età compresa fra i 40 e i 50 anni, quindi un’età ragionevolmente matura e consapevole
Livello culturale, non solo scolastico, medio-alto
Un lavoro stabile
Automunito
Indipendente
Insomma, il “soggetto” è una persona equilibrata, senza particolari deficit a livello generico, quindi economico-cognitivi. Nessun particolare “neo” nel curriculum.

La donna è il soggetto che compie l’azione di lanciare il treno
Caratteristiche:
Età compresa fra i 35 e i 50 anni, quindi un’età ragionevolmente matura e consapevole (noi partiamo prima J )
Livello culturale, non solo scolastico, medio-alto
Un lavoro stabile
Automunita
Indipendente
Insomma, il “soggetto” è una persona equilibrata, senza particolari deficit a livello generico, quindi economico-cognitivi. Nessun particolare “neo” nel curriculum.

I due soggetti intraprendono un rapporto, una relazione, una frequentazione.
Insomma…un legame, un clic che li avvicina e li unisce.
Abbiamo omesso un particolare nel curriculum nel soggetto-uomo.
Introverso. Poco propenso all’esternazione dei sentimenti. Attenzione: non abbiamo detto Incapace di provare sentimenti. Abbiamo detto Non propenso all’esternazione dei sentimenti. Un uomo molto pratico. Che c’è. Che sa esserci. Che sa farsi sentire.
Ma non trascuriamo la parte cruciale: una più o meno consapevole assenza nella parte comunicativa.

Prima, di contro, abbiamo asteriscato le “donne insospettabili”. Parliamo di quelle donne che amano incondizionatamente, senza strategie, riserve, misuratori di pressione, ossigeno. Donne che danno, danno, danno. Da cui non ti aspetteresti mai una “privazione”, una imprevedibile interruzione di schema.

Ora, se Cesare Cremonini cantava che GLI UOMINI E LE DONNE SONO UGUALI……… beh, Cesare, tesoro.
>>>SPOILER>>> NO. GLI UOMINI E LE DONNE NON SONO UGUALI.

Le donne (anche qui stiamo campionando) sono tendenzialmente più bisognose.
Di parole, di slanci. Di TESTIMONIANZE SCRITTE / VERBALI.
Che mi ami me lo devi dimostrare. Ma me lo devi dire.

ME-LO-DEVI-DIRE.
Io ti dico che non ho bisogno.
Cazzate.
ME-LO-DEVI-DIRE.

E che cosa accade, nella chimica degli incontri? Che si venga attratti da una naturale diversità. Che quindi si cerchi fuori, quello che manca dentro.
Se tu nasci pucciolosa, slanciata, una matassa scomposta di parole d’amore, ti innamorerai matematico di un uomo “composto”, pratico, essenziale, con la schiena più dritta e il manuale dell’Alfa nel cruscotto.
Questo amore sboccia proprio nelle differenze. In queste. Perché forse è naturale portarsi dentro quello che, di fatto, manca nei nostri arredamenti.
Io ho le tende, mi manca il divano.
Tu hai il divano, ti mancano le tende.
Ed è un reciproco bisogno, intendiamoci.
Io amo la tua compostezza. Io amo il tuo essere amorevolmente scomposta.

Ma, che cosa accade, ad un certo punto? Al capitolo 3, quello in cui, di fatto, ci scopriamo?
Che la punta estrema della praticità e del silenzio, la “corazza”, inizia a fare ombra.
Quel suo ESSERCI, si fa più silenzioso, accomodato.
Ci sei. Ma non ti sento.
Quel nostro (beh dai, è chiaro che io appartengo a quella circoscrizione!!!!) non aver bisogno di parole, inizia a bussare. Bussa piano. Ma bussa. Se siamo abbastanza vicini alla porta, possiamo sentirlo. Se siamo in cucina a preparare frullati di amore, no.
E’ come se l’amore fosse una pianta di basilico in cui, all’inizio, io e te abbiamo gli stessi strumenti e gli stessi ingredienti. Una sedia. Una brocca d’acqua. La pianta.
All’inizio parliamo alla pianta, siamo seduti senza appoggiarci allo schienale, abbeveriamo il nostro amore.
Il tutto con un fantastico e quasi surreale equilibrio.
Ad un certo punto, da una parte (indovinate quale), inizia a venir meno la parte del dialogo alla pianta. C’è la brocca d’acqua. La schiena è ancora dritta. Ma vedo che la pianta cresce. Anche senza le parole. Anche senza le MIE parole.
L’altra parte (indovinate quale), che si nutre di parole, inizia a dare alla pianta il corretto fabbisogno di parole…solo che, mancando da un lato, prende lei tutto il mangime. Quindi, una mano per la brocca, una per il mangime.
Piano piano, quando…no sentite, non ce la faccio, usiamo i termini corretti, senza paura. E’ di questo che stiamo parlando!!!
Uomo – Donna.
Piano piano, quando l’uomo, anche senza sfamare la piantina con le parole, la vede crescere, continua ad abbeverarla, ma la schiena si fa meno dritta. Si appoggia allo schienale. E, senza che se ne accorga, l’acqua con cui abbevera la pianta diminuisce, per quella posizione più fiacca, che ne rallenta la discesa.
La donna continua a parlare alla pianta, per tutti e due.
E rabbocca un po’ di più la brocca, rendendosi conto che l’acqua, dall’altra parte, scende troppo lentamente.
Non c’è bisogno di andare troppo avanti.
La metafora della piantina è discretamente chiara.

Tendenzialmente succede che uno dei due (lui) si accomoda. E l’altro (lei) non si ferma. Fa per due.
Anzi. Abbraccia l’uomo e la pianta, insieme.
Si innesca un meccanismo di Surplus di amore che sdraia, letteralmente, l’uomo, sul sentimento.
La donna finisce per accudire entrambi. Uomo. E sentimento.
Di fatto, la donna si accorge di non avere quasi più braccia e fiato. Ma continua. Non suona alcuna sirena, alcuna campana. Non richiama l’uomo ai suoi “doveri” di accudimento dell’amore.
No. In un gioco silenzioso (un concorso di colpa), non trova quasi mai il coraggio di suonare quel campanello, che sveglierebbe il bell’addormentato. Anzi, prepara lauti pranzetti e accenta la bravura del suo uomo che NONOSTANTE…SA ESSERCI.
I tre puntini ed il “Nonostante” che li precede, non li omette.
Attenzione, questo è un altro passaggio fondamentale.
Lei, quei NONOSTANTE, li dice tutti.
Ma poi, li leviga. Perché l’amore fa paura. E nella fioritura dell’amore, la chiarezza del linguaggio spesso lascia spazio a bugie bianche.

NONOSTANTE QUELLO CHE NON MI DICI, TU SAI ESSERCI. A ME LO SAI CHE PIACCIONO LE TUE PAROLE, MA VA BENE COSì. LO SAI, IO NON HO BISOGNO CHE TU ME LO DICA. IO LO SO.

Signori……………
Questo non è un campanellino. Questa non è brezza. Questo non è il solletico di una piuma.
Questo è un GONG. Questa è la campana di ABBANDONO NAVE, STIAMO AFFONDANDO.

Perché di una frase, bisogna leggere tutto.
E non è vero che qui bisogna leggere TRA LE RIGHE. Qui è scritto tutto SOPRA LE RIGHE, che è il posto in cui si scrive.
Di quella frase, non bisogna leggere la parte che ci fa da cuscino: TU SAI ESSERCI.
Perché se certe parti potessero essere omesse, state tranquilli che verrebbero omesse.
Il grido, il gong, è in quel NONOSTANTE. Un grido su cui noi passiamo del balsamo. Ma un grido.
Però, perché ho parlato di CONCORSO DI COLPA?
Perché gli uomini in questione, di cui abbiamo premesso caratteristiche di intelligenza ed equilibrio, hanno ammesso:

IO NON LO AVEVO CAPITO.
IO MI SONO SEDUTO perché MI HANNO FATTO SEDERE.
IO NON HO SENTITO NIENTE.
IO DORMIVO. MA LEI MI HA DETTO “DORMI AMORE, CI PENSO IO”.
IO NON LA VOLEVO LA BIRRA, SUL DIVANO.
perché MI HAI DATO 100? DOVEVI TOGLIERMI IL TELECOMANDO.
IO, A QUEL 70, MI SAREI SVEGLIATO, GIURO. L’AVREI CAPITO.
IO VOLEVO ESSERE SVEGLIATO….Ma non da un treno in faccia su cui sei salita con 23 valigie dicendo che andava a fare un weekend alle terme.
Io volevo essere salvato e svegliato da un campanello, da un gong, da un segnale luminoso, che mi desse il modo ed il tempo di capire, di svegliarmi.
Forse, di scusarmi. Di “correggermi”.

Ecco, io a queste frasi ho raccolto la mascella dal pavimento perché, da portatrice sana di parole e acqua, ho sempre DATO PER SCONTATO che una persona dotata di un minimo di intelletto capisse DA SOLA che era impossibile che, al mio cento, il tuo zero fosse sufficiente.
Era per me un concetto cristallino. Quasi polveroso.
Ho scoperto, e lo dico senza ironia, avendo asciugato le lacrime di chi mi ha dato lo spunto per questo articolo, che NON ESISTE QUALCOSA DI SCONTATO PER GLI UOMINI.
A loro GLIELODEVIDIRE.
Tutto attaccato.
A loro le cose non gliele devi sublimare, far intuire. Non gliele devi coprire di salsa tonnata.
A loro GLIELEDEVIDIRE.

Gli devi suonare il citofono, il campanello, la sveglia. Puntargliela ogni cinque minuti.
HO BISOGNO DI TE.
HO BISOGNO DELLE TUE PAROLE.
IO TI STO RIEMPIENDO DI AMORE perché NE HO BISOGNO.
IO STO SOFFOCANDO IL MIO BISOGNO CON L’AMORE. MA LO SO CHE, PRIMA O POI, SCOPPIAMO TUTTI E DUE.

Ed infatti, come spesso succede, quando questo tipo di donna qui arriva al traguardo senza più fiato ed energie, non suona. Non bussa. Non avverte.
SE-NE-VA.
E lo fa quando ormai la situazione è irrecuperabile. Quando, sdraiata sul pavimento, assiste all’uomo che dorme e alla pianta che, lentamente, muore.

Come l’uomo ha dato il sentimento per scontato, anche noi donne abbiamo dato per scontato che lui avrebbe dovuto capire.
In amore, se siamo stati dotati di linguaggio, non bisogna tacere, omettere.
L’amore non omette. Non sconta.
L’amore paga il biglietto, paga a prezzo pieno. Non ha paura.
L’amore grida, scuote, strattona, se necessario.
Non stiamo parlando di Implorare un amore che non c’è. Ma di esternare un bisogno. Una mancanza.
Non lo facciamo perché la paura fa l’effetto del divano: ci siede.
Ci rende immobili. Ci lascia sole, a covare un rancore che cresce, succhiando la linfa di quella piantina.
Il nostro grido di amore soffocato si fa cenere. Consuma il sentimento.
E quando si supera l’ultimo scoglio, la paura, l’uomo sul divano è un DEAD-MAN-WALKING. Anzi, non sta manco camminando, è sdraiato.
E quando gli lanciamo il treno in faccia, E’-TROPPO-TARDI.
Quando una donna che ama in un certo modo preme START, è un punto di non ritorno.
E’ un concorso di colpa perché, di fatto, non si è concesso alla “controparte” di ravvedersi.

Donne, smuovete l’acqua.
Uomini…riposatevi. Ma con sonno leggero.
Parliamoci.
In un mondo in cui per sopravvivere dobbiamo stare AD UN METRO DI DISTANZA, le parole sono ponti.

Ah, dimenticavo. Il titolo.
I ravioli di zucca.
I ravioli di zucca sono una bella metafora dell’amore, secondo me. Un piatto che, per essere equilibrato, ha bisogno di bilanciare la dolcezza della zucca con la punta amara dell’amaretto;
la delicatezza della pasta, con lo zing del pepe nero in grani.
Il tutto, spolverato con del formaggio grattuggiato sopra, a chiudere. A coronare.
Le donne? La zucca.
Gli uomini? L’amaretto.
La pasta? Il 100.
Il pepe nero in grani? Il 70.
Il formaggio grattuggiato? La perfetta armonia degli ingredienti di cui sopra.

Buon appetito.
E buon amore a tutti.

Ma metti che…

Amici, Amiche, zie, zii, nonni…eh si, anche nonni!!!

Il nuovo anno è arrivato. E i temi si fanno già scottanti e…intimi.
State tranquilli… se vostro figlio o vostra figlia vi sta incollato/a come la marmellata alla fetta, non temete di dover simulare un disastro nucleare…. La discussione è fresca nonché educativa.

Qui si parla di Intimo: Coordinato si o no?
Lo so, quando si tratta di argomenti strong, io sono in pole position, altro che la safety car!!

Eh no ma che fate, abbandonate?
Si, parliamo di Amore, sentimenti, nostalgie…però…la Leggerezza.

“Prendete la vita con leggerezza, che leggerezza non è superficialità, ma planare sulle cose dall’alto, non avere macigni sul cuore.”
Italo Calvino.


Le scuole di pensiero sono tante. E le divisioni sono nette:
Abbiamo i SI e i NO convinti.
E abbiamo anche dei SI che non hanno una intima e profonda convinzione… ma si fondano sulla SAGGEZZA POPOLARE.
Che c’entrano gli angeli di Victoria con la saggezza popolare??????? Ah beata ingenuità J

Fazioni estreme: la intima convinzione
La posizione è netta, in un senso e nell’altro.

Il coordinato SI,
Sempre e comunque, single, fidanzate, sposate, neo-single, neo-fidanzate, neo-spose, a correre, in palestra, in casa, sotto la muta da sub, sotto la tuta da sci, al mare, in montagna, ovunque sempre; Perché mi piace, perché voglio sentirmi a posto, perché lo faccio per me, per lui, per loro.

Il coordinato NO,
Sempre e comunque, single, fidanzate, sposate, neo-single, neo-fidanzate, neo-spose, a correre, in palestra, in casa, sotto la muta da sub, sotto la tuta da sci, al mare, in montagna, ovunque sempre;
Perché non mi interessa, non interessa a me, a lui, a loro, perché sono sempre di corsa, perché no.

La saggezza popolare che interviene a gamba tesa in soccorso de IL COORDINATO SI perché:
Metti che poi…
Metti che ti ricoverano…

Eh si amici…qui abbiamo quelle donne che magari abbinerebbero un malva ad un blu ceruleo, o un orange ad un prugna…Ma poi, al momento della vestizione, quella vocina dentro, quel presagio, quella timida possibilità che….si fa largo, prepotentemente.
E non importa la vostra dislocazione geografica, il vostro credo, la professione, l’altezza, la mezza bellezza, le forme, le taglie, i taglieri…
Non importa niente.
Tutto il mondo è Paese e coeso intorno alla saggezza popolare dei:

METTI CHE POI…
METTI CHE TI RICOVERANO…


Donne, eccovi. Vi vedo. Vi vedo che vi siete messe belle dritte sul divano. Lo vedo il vostro sorriso compiaciuto.
Lo vedo che state spiando dal soggiorno il vostro cassetto del COORDINATO…
Perché anche voi siete cresciute con questi due mantra, con queste due insindacabili verità.
Con i METTI CHE.

Il primo METTI CHE è forse quello delle amiche… quello un po’ più peccaminoso e frivolo, ma sempre fondamentale, vero, insindacabile.
Metti che stasera capita l’incontro ravvicinato del terzo tipo (no, non il terzo tipo della serata… il terzo tipo di incontro, malpensanti!!!!!)…io che faccio? Mi faccio trovare fiori e righe? Malva e blu?
Titti e Biancaneve????

E allora mentre scendiamo col pinzettone, la tuta grigia e il felpone, quello sbiadito che i buchi sotto le ascelle, il tutto avvolto dal cappottone-orsetto e occhiaie in formato set-di-valigie….si fa strada, sulle scale, quel pensiero…Mentre stiamo andando a comprare la ventesima vaschetta di gelato da Un Kg (quella da 250 grammi è da medioevo) che spalmeremo sui nostri divani e fallimenti…..

“Si però metti che stasera va come deve andare e fuori dal supermercato c’è Billy dell’interno 2 che mi invita a vedere la sua collezione di dentifrici…. O mettiamo che io, dopo aver trovato la gazzosa in offerta mi senta così gasata da invitare Billy a salire da me per ammirare la mia collezione di spazzolini? Eh…. Che faccio, lo chiudo nello sgabuzzino perché sotto ho il mutandone-pancia-piatta e sopra un balconcino da 80 euro che si affaccia su Piazza Navona?
Naaaah, meglio non rischiare… Coordinato si, CHE METTI CHE, CHE NON SI SA MAI.

Perciò, caro pubblico, quando si paleserà davanti a voi, in cassa, un cappottone-orsetto, del gelato in formato famiglia e della gazzosa in offerta… sappiate, per vostra cultura, che sotto questa combo infernale di zuccheri e calorie, si cela un coordinato di altissimo livello.

E adesso veniamo a noi, donne. Ecco a voi il secondo, non per importanza, METTI CHE.
Donne al supermercato, in palestra, in ufficio, in aereo, in lavanderia, al semaforo, a piedi, in macchina, in treno.
DONNE.
Chi di voi non ha avuto la versione nonna o mamma, oppure nonna e mamma all’unisono, recitare quel profetico: MA METTI CHE TI DEVONO PORTARE ALL’OSPEDALE, MA CHE TI FAI TROVARE COSI’?

Lo so, amici uomini….a voi sorprende che tutto il ceppo materno sia in grado di esibire una tale lucidità nella tragicità…. Ma noi, da E.R. Medici in prima linea a Grey’s Anatomy, abbiamo imparato che, in bilico tra la vita e la morte, quando ci abbasseranno l’occhio e ci punteranno la lucetta per misurare la gradazione di lesso nell’occhio, non importa se resteremo o trapasseremo…Importerà solo che, sotto, ci sia del COORDINATO.

E quel guizzo della pupilla non è un riflesso muscolare. Non investite in ricerca o poesia.
Quel guizzo è semplicemente il flash di mamma o nonna, o mamma e nonna, che risuonerà, gelido ed impietoso:
CHE INTIMO TI SONO MESSA???????? C’HAI IL COORDINATO???? METTI CHE TI RICOVERANO!!!!

E quell’improvvisa quiete sono sarà dovuta al suono degli angeli… ma alla consapevolezza che
Fiiiiuuuuu, si. C’HO IL COORDINATO NONNA!!!!

Affrontiamo, prima di passare la linea ai primi nati del 2022, al dilemma se il Blu è il nuovo nero e Ma davvero voi non avete capito chi è Zorro, il tema de IL COORDINATO AGLI APPUNTAMENTI “GALANTI”…
QUANDO è SI, CHE SIGNIFICA? / QUANDO è NO, CHE SIGNIFICA?

Cari uomini…Non penserete mica che sia tutto frutto di un caso… 🙂
Anche qui, dietro queste apparenti casualità di cui, per la cronaca, il 99,9% di voi manco s’ accorge, c’è uno studio, un retro-pensiero. Una filosofia di vita.

Quando vi troverete di fronte la vostra bellissima donna, fasciata in un coordinato perfetto o in un qualcosa di cui manco lei capisce il senso, per la vostra reciproca prima volta…. Che significa?

Ecco qui un ventaglio di possibilità.

IL COORDINATO AGLI APPUNTAMENTI “GALANTI”…
QUANDO è SI, CHE SIGNIFICA?

Che lei ha deciso a priori che vi spalmerà come la marmellata;

Che lei NON ha deciso a priori, ma METTI CHE…. 🙂

Che il finale col botto / senza botto con voi conta come il due a briscola… si sarebbe coordinata anche per differenziare carta plastica umido case libri auto viaggi fogli di giornale

IL COORDINATO AGLI APPUNTAMENTI “GALANTI”
QUANDO è NO, CHE SIGNIFICA?
Che lei ha deciso a priori che NON vi spalmerà come la marmellata e che quindi sotto quel tubino nero possono tranquillamente coesistere rosa e ceruleo e che di questa convivenza, voi non ne saprete mai nulla;

Che lei non ha ascoltato la vocina METTI CHE perché aveva le cuffie a volume troppo alto…. E quindi, se il momento richiederà uno scivolamento del tubino al pavimento, spegnerà le luci sbattendo contro tutti gli spigoli del vostro salotto, e pure su quelli del vicino, pur di non rivelarvi che no, il triangolo coordinato in pizzo nero stasera no, non lo aveva considerato.
Oppure fingerà qualunque forma di emicrania pur di non arrivare alla svestizione. Ma non potrà simulare la morte perché poi si verificherebbe la profezia della nonna: MA SE VAI IN OSPEDALE CHE TI FAI TROVARE SCOORDINATA?

Che il finale col botto / senza botto con voi conta come il due a briscola… che al primo appuntamento o all’ultimo la troverete sempre così, spaiata, scoordinata, con fiori e righe, con gattini e cuori…

Amici…Abbiamo giocato e scherzato.
E mi piace riprendere come abbiamo incominciato…La frivolezza di queste righe vuole alleggerire un momento drammatico, assurdo, pesante, immobile della nostra esistenza.
Per la prima volta forse, quasi tutti gli uomini di qualunque latitudine e longitudine si trovano a fronteggiare una pandemia, uno stravolgimento fisico ed emotivo.
E allora perché non provare a sorriderci su?

“Prendete la vita con leggerezza, che leggerezza non è superficialità, ma planare sulle cose dall’alto, non avere macigni sul cuore.”
Italo Calvino.

Il sorriso è alla bellezza, quello che il sale è alle vivande.

“Il sorriso è alla bellezza, quello che il sale è alle vivande.”
Carlo Dossi.

Mi piace molto questo spunto, il sorriso.
Per parlare di vita, bellezza. Di cose.
Il sorriso morbido è il primo che i bambini imparano credo inconsciamente a regalarci. Ed è uno dei primi segni, sul foglio, che imparano a realizzare, generalmente sul volto del sole. Si associa il sorriso al Sole, a qualcosa quindi che scalda, che irradia, che illumina, che dà vita.
Questo sorriso morbido ha tre elementi: due puntini, segnati assolutamente sparsi in un qualunque punto di un foglio. E una curva, che li unisce. Un piccolo semicerchio.
Questo è quel sorriso che ti cacciano fuori quando ti gettano in faccia una battuta, non sorpresa. Quello che nasce da una intenzione, da una sorpresa. Viene da fuori, per entrarci dentro.
C’è poi questo stesso sorriso che nasce da solo, da dentro, e arriva fuori, guardando qualcuno di nascosto, qualcuno che anche lui, in quel momento, non sa di essere osservato.
Questo sorriso è la massima espressione dell’amore, provocato ed accusato.
In questi giorni abbiamo posato un po’ tutti davanti ai nostri alberi, coi nostri sorrisi migliori, quelli delle cartoline, quelli delle feste. Li abbiamo circondati di rosso e citazioni.
In un tempo non troppo lontano, quando il cinismo era diventato il cognome che avevo scelto, questi sorrisi e queste cartoline erano oggetto dei miei più silenziosi ed immotivati livori.
Ed invece penso che, qualunque sia la motrice di quei sorrisi, anche fosse questa la ricerca di consensi…un momento incurvato da un sorriso è un momento che non va giudicato o aggredito.

C’è poi il cugino di secondo grado, di questo sorriso morbido.
Ed è quel cugino che “ha fatto le scuole”, che se n’è andato, ad un certo punto, per studiare al college.
Anni di studio che gli hanno acuminato gli angoli. Che lo hanno reso quasi spigoloso, a labbra socchiuse. Quasi un ghigno. E questo è il sorriso dell’Ironia, una donna sinuosa che cammina coi tacchi anche quando rientra a casa alle 3 di notte. Che non ha paura di svegliare chi abita sotto. Una donna vestita di rosso, con un tubino corto che ne lascia percepire le forme, con malizia e desiderio.
Una donna per nulla schiava della prostituzione, ma che anzi seleziona la sua clientela, accuratamente. Quando colpisce, fa incetta di lacrime e conflitti.
Ma, quando sa arrivare bene, fa nascere quel tipo di sorriso lì. Non soffice come una curva, ma anzi appuntito, pungente. E’ la tua nave che affonda in F7.
E’ quel No dai, mi hai preso…ma come hai fatto a trovarmi?

Credo che in questo, gli inglesi, siano un po’ maestri. E se parliamo di inglesi, di ironia e di cartoline di auguri… come non parlare della Queen più Queen di tutti i tempi?
La mia mentore, Queen Elizabeth II.
Pare che la Sovrana sia portatrice sana di battute ed ironia. E pare che questo suo bagaglio si sia arricchito nel lunghissimo percorso fatto a braccetto col suo amore di una vita, il Principe Filippo.
Nel suo discorso di Natale, non manca di ricordarlo.
E di quella parte di discorso, ho scelto questa, da incorniciare:


“Il suo senso del servizio, la sua curiosità intellettuale e la capacità di trarre Divertimento da ogni situazione erano tutti irrefrenabili. Quello scintillio malizioso e indagatore, alla fine, era luminoso come quando l’ho visto la prima volta.”


Eccoli, gli ingredienti segreti di questa ricetta sempre attuale, fresca, croccante, dal ripieno morbido.
La curiosità intellettuale, quella fame di sapere e di conoscenza che scava nei libri, nelle esperienze. La mente che resta giovane in un corpo che, spesso, decade, anche precocemente.
Il trarre Divertimento dalle situazioni, troppo spesso tacciato di insensibilità, superficialità. Quando è invece un volo leggero, senza avere macigni sul cuore. E’ un punto di vista, una ventata di aria fresca.
La parte più bella, poi: Quello scintillio malizioso e indagatore. Perché ironia ed intelligenza sono sensuali, sono cacciatori. Irresistibili.


Grazie, Lilibeth.
È bellissimo quando impariamo a conoscere le persone, attraverso gli occhi di chi le ama.

Non sono un Cuore qualunque. (semi-cit)

È stato scritto un pò tutto, a quest’ora, sul Natale.

Non solo perché è Natale da 20 ore.

Ma perché è una vita che, puntuale, oggi è Natale.

Fra le cose che ho letto, e con piacere ne ho lette tante, ne scelgo una in particolare.
E’ difficile scegliere in una gelateria tra 100 gusti. In generale, nella vita. È difficile scegliere.
E’ un Natale a cui sono arrivata non arrancando e non scoppiettando.
Non lo so se l’ho aspettato con consapevolezza, con attenzione.
O se è arrivando trovandomi stranamente distratta.
Non lo so, non ci ho capito niente.
Forse questi due anni così, di chiusure e privazioni di abbracci, cose, case, affetti, ci hanno davvero destrutturato.
Forse nasciamo adesso. Forse abbiamo tutti due anni.

E’ un Natale di tanti Grazie.
Grazie a chi se n’è andato, perché le stanze hanno bisogno di aria pulita e, con le norme sul distanziamento, certi “ego”, scritto rigorosamente in minuscolo, si sono così espansi da aver violato il metro e mezzo.
Grazie a chi se ne è andato e non doveva andarsene, così presto. C’è tutta la rabbia in quel “così presto”. Ma Grazie perché, in qualche modo, ha finito un percorso, qui. Non ci stringe più la mano. Ma ci indica una via.
Ci porta persone, nel cammino. E ci dice: io sono qui, ma tu ora, vai.
Grazie a chi è arrivato.
A chi è stato trovato.
A chi si è fatto trovare.
Grazie a chi non ha ancora capito.
Grazie a chi ha capito tutto, invece.
Grazie a chi non dice niente.
Grazie a chi, con un gesto, dice tutto.

Non si può scegliere una frase “giusta” in un mondo di cultura, poesia, musica e letteratura, così ricco, antico e profondo.
Non si può scegliere una frase unica perché la felicità e gli stati d’animo cambiano domicilio in continuazione.

Ma la vita è fatta di scelte… Ed io scelgo questa, scritta da una mia omonima che, dicono, faccia la cantante. Parè appunto che si chiami Elisa.😊

Parto da lei e faccio mio questo pensiero, che quindi manca del segno grafico della citazione pura.

Non sono un cuore qualunque.

E quindi l’augurio, a me e a chiunque non si senta un cuore qualunque (non è una colpa, esserlo), di “pretendere”.

Pretendere è un verbo che virgoletto perché mi spaventa un pò.

Ma Pretendere è anche un verbo giusto. Bisogna riconoscerlo.
Bisogna avere la giusta distanza da sé per capire che ciascuno ha un suo scaffale di “pretese”.

Pretendere il meglio, per se stessi, tradotto in qualunque cosa sia, questo meglio.

Pretendere luce. Attenzione. Amore. Passione.

Caffè bollente e coperte mai corte.

Pretendere pane fresco e luci calde.

Non sono un cuore qualunque.

L’ho scritto pure sulla sabbia.

#Christmas2021

#nonsonouncuorequalunque

#scegliMeAmaMe … ah no forse nemmeno questa è mia 😊😊🎄

Ah, già. E’ Natale.

E’ Natale.
E’ Natale da qualche ora, già (non ormai).
A Messa oggi, eravamo tanti, ma sempre “Come da protocollo”, espressione di uso comune da due anni a questa parte, ormai. 🙂
Non ho un rapporto né spasmodico né gelido con i luoghi della Fede…No, non Fede del terzo piano scala B.. la Fede, il Credo. 😉
Non amo, per natura, le morbosità. E quindi per me i luoghi in cui pregare, scrivere, ascoltare, sono più luoghi interiori, senza mura.
Ma ci sono momenti in cui mi piace unirmi a quelli come me, o a quelli che non c’entrano nulla, con me. Mi piace non per un gettone di presenza con la Fede, ma perché non importa sempre Quando o Quanto. A volte importa e basta.

C’erano i Fedeli, i fedelissimi, quelli che non ci sono mai, quelli ricattati, quelli trascinati, quelli che hanno scelto la Messa come male minore, quelli che pur di andarsene se la farebbero a piedi fino all’Orsa Maggiore.
C’erano quelli arrivati in anticipo per accaparrarsi i posti migliori, come a teatro, come alla Asl per gli esami del sangue… perché si sa, le provette delle 8:00 sono sempre dell’annata migliore 😉
C’erano quelli (come me) arrivati in ritardo, con gli ultimi posti, nelle file degli ultimi…insomma, i Solo-posti-in-piedi.
C’erano quelli che hanno abbandonato a metà, quelli che An ma non era un raduno di moto? Allora no, scusate.
C’erano quelli de Si ma solo dieci minuti che poi che devo mettere in formo il tacchino.
C’erano quelli di Si ma io ti avviso, ti aspetto fuori.
E poi…E poi, dopo le vecchiette del coro e le fedelissime…C’erano loro: i bambini.
I bambini in Chiesa sono bellissimi, creature meravigliose di un cinema Paradiso intramontabile e sempre attuale.
I bambini, di qualunque etnia, età, fede religiosa, media scolastica…in Chiesa, sono tutti uguali.
Partono con motivazione e compostezza esemplari.
Generalmente vengono motivati con:

Versione 1. Andiamo in Chiesa. Perché? Perché si. E perché si? Perché si deve fare.
Versione 2. Andiamo in Chiesa: 10 pacchetti di figurine e puoi mangiare sul divano. Ok.

Poco importa. Si arriva in Chiesa. Il giorno di Natale, tipicamente, tutti un po’ più carini.
Persino io, oggi, vestita da femmina. Oh beh… femmina…se jeans comparto due mesi fa e inaugurato oggi con maglietta verde abete e capello raccolto con ciuffo blu possiamo considerarlo “femmina” … si, confermo, femmina. Se poi guarniamo con Abbandono temporaneo di tuta nera e scarpa da tennis… dai, concedetemelo.. Anche io oggi ero vestita per le feste… J
Che dicevamo? Ah si, si arriva in Chiesa, vestiti un po’ più carini.
Si parte con una dose motivazionale importante: giacca nuova, schiena dritta.
Questa compostezza ha però più o meno per tutti la stessa tempistica di cedimento / decadimento, di cui andremo ad illustrare le 10 fasi +1, scientificamente dimostrabili, studiate, documentate, certificate…fasi intervallate da circa 8 minuti di permanenza nella stessa.

Fase 1. Seduti composti con partecipazione attiva, occhio vispo.
Fase 2. Il primo sbadiglio.
Fase 3. Il primo accenno di scivolamento in basso, in una posizione semi-sdraiata ma ancora con struttura (friabile) e dignità.
Fase 4. La prima occhiata di mamma, feroce e stizzita.
Fase 5. La prima occhiata di papà che, messo sull’attenti dalla prima occhiata di mamma in Fase 4, lancia un’occhiata di avvertimento complice, senza rimprovero.. Come a dire… ti capisco fijo mio, ma è ancora lunga… famo 12 de pacchetti, con uscita tattica dalla tasca del +2 pacchetti di figurine;
Fase 6. Raccogliendo l’occhiata di rimprovero di Fase 4 e monetizzando quella complice di Fase 5, il bambino capisce che deve resistere ma, avendo esaurito il filtro auto-motivazionale, deve ricorrere a degli escamotage. Innesca quindi un momento ludico con qualunque parte del corpo dell’abbigliamento in grado di tenerlo sveglio: lancio della gamba, delle braccia, di guanti, scarpe, cappelli, case libri auto viaggi fogli di giornale (cit.)
Fase 7. La Resa. Scivolamento totale tra la panca e l’inginocchiatoio.
Fase 8. Vedere Fase 2, con aggiunta di terrore mista a Ci stanno guardando tutti, pronunciata con gli occhi, a denti stretti.
Fase 9. Genitore 2, a fronte della Fase 7 a cui è seguita la Fase 8, per salvare l’onore di Genitore 1 di fronte alla comunità, solleva il corpo dell’infante trasportandolo a spalle fuori dalla Chiesa con sorriso mesto.
Fase 10. Sguardo di imbarazzo verso la comunità di Genitore 1, costretta anch’essa ad abbandonare il campo.
Fase 10+1. Da dentro, quelli fortunati che erano arrivati per ultimi (i mitici solo-posti-in-piedi), possono assistere alla messa cantata, dentro, e alla messa strillata, fuori, in una scena di rimprovero adeguatamente gesticolata, ma in versione mute J
Quando si dice Gli ultimi saranno i primi.

Noi adulti queste fasi non possiamo permettercele. Siamo quelli delle occhiate, quelli in piedi, o quelli che al massimo passano da Fase 1 a Fase 2, motivandosi da soli.
I solo-posti-in-piedi hanno però anche in dotazione due bonus scrocchiamento-ginocchio durante i canti.

Da dove eravamo partiti???
Ah si… E’ Natale, siamo a Messa.
Nella mia parrocchia si è parlato di Luce, oggi.
Di come la luce la si percepisca nel buio, quindi di come se ne comprenda il valore, soprattutto nel buio.
Si è parlato di luci riflesse, che non hanno bisogno di essere esse stesse Dio, per fare luce. Si può far luce anche “riflettendo”.
Si può essere una luna.
Si è parlato di cercare una luce e di poter essere luce per qualcuno.
Si è parlato di come certe creature splendano, somigliando a qualcosa di angelico.
Si è parlato di luci terrene, che sono queste persone qui, che applicano L’Esserci. Che aiutano, ciascuno a suo modo.
Se ciascuno di noi facesse splendere anche solo una persona, questa diventerebbe a sua volta una luce, in una catena infinita di luci, come quelle che avvolgiamo ad alberi e presepi.

L’anno scorso, in un momento un poco più drammatico di questo, in termini di restrizioni, ricordo le polemiche, giuste o meno giuste, su chiusura delle attività Vs apertura delle chiese.
E’ un dibattito che non ha una sede. E, se ce l’ha, non è questa.
Sono troppo cari, gli affitti. Solo posti in piedi, qui.

È vero, le Chiese sono “luoghi di culto”.
Ma possono essere luoghi in cui anche lo sguardo più laico ed ateo può ascoltare ed imparare, interiorizzare.
Basta guardare le cose sotto un’altra…luce.
Ci guardavamo tutti con più attenzione perché, coperti dalle mascherine, ci vogliono sguardi più attenti, per riconoscersi.
Ci si scambia la Pace non più con un gesto, ma con un sorriso o un cenno del capo.
È stato bello guardarsi, sorridersi, pensare Ma ti conosco o non t’ho mai visto prima??? Bah, nel dubbio, ti sorrido.
E’ stato bello igienizzarsi ed uscire, ciascuno con il suo bagaglio, i suoi Grazie silenziosi, i suoi silenzi.
È stato bello tornare a casa scrivendo di quella luce a qualcuno che non c’era, ma che avremmo voluto accanto.

È stato bello anche quel bambino che, un pò prima della fine della funzione, si è avvicinato alla porta, con i suoi genitori. Forse li aspettava un nonno, una tavola di amici. Si sono allontanati rispettosi e discreti, sentendosi quasi “in colpa” per quell’ attirare l’attenzione, abbandonando la folla in un momento “non ufficiale”.
I genitori hanno preceduto il piccolo, nell’uscita.
Lui, sei anni scarsi, tuta gialla, forse scartata di buon mattino, sguardo furbino e guanciotte mal nascoste dalla mascherina natalizia.
Con quindici gradi sotto zero e una corrente del golfo, è rimasto sulla porta fino a quando, al ventesimo tentativo, è riuscito a fare correttamente il Segno della Croce.
In questi tentativi ci siamo alzati e seduti tre volte, scambiati pace amore case libri auto viaggi fogli di giornale, ricette pasquali, ricette per combattere la ritenzione idrica, rimedi inutili sull’ubriacatura da zuccheri da canditi spumante e miele di castagno.
Ciascuno è riuscito a riconoscere tutti gli abitanti del palazzo nonostante le giacche nuove e i capelli cotonati.
I solo-posti-in-piedi hanno fatto anche stretching tra il primo e il secondo set di tentativi.
Partiva sempre bene, con la manina sulla fronte. Ma, anziché scendere, sta manina andava a destra, sinistra, avanti, indietro, di nuovo in alto…Una macarena.
Siamo tornati tutti a casa con due etti di reumatismi in più, anche i fedelissimi delle prime file…ma la sua pazienza e la sua determinazione sono stati insegnamento, Voltaren e luce, per noi💙

Grazie, piccolo gnomo giallo.
Con pazienza, ossa ancora tenere, e determinazione, si accendono tante luci.
Nella foto, una piccola luce sulla Luna.
Entrambe, riflesse.

“E’ un pò come in cucina. Ci vuole Amore. Altrimenti, è soltanto preparare da mangiare”.

Oggi Scrivere, fare Musica, fare Arte, hanno forse perso la autentica forma dell’arte, assumendo quella dell’acqua, che si adatta al recipiente che la contiene. All’esigenza.
Arte, espressione selvatica e selvaggia di talento, irrorata ed imbevuta di cultura, modellata dalle sapienti regole della tecnica.
L’Arte come espressione del Genio. L’arte di pochi, al servizio di tutti.

Oggi a noi tutti è permesso tutto. E’ la doppia lama di quella “cosa” meravigliosa chiamata Libertà.
Un editore o un discografico devono immettere sul mercato un Prodotto.
Lo cercano nel tuo nome, sapendo che spendendolo, ci potranno guadagnare e farti guadagnare.
Tu, in qualche modo, hai intercettato una fetta di pubblico, di “acquirenti”.
Non ha alcuna importanza se lo hai fatto senza essere “detentore” di un talento artistico.

Sei un prodotto commerciale di ineccepibile successo, a rischio basso-moderato.
E allora scriviamo, firmiamo, cantiamo, interpretiamo, doppiamo.
Improvvisiamo. Ci improvvisiamo.
Siamo un pò sbiaditi. Abbiamo tanto di tutto.
Ed è un circolo infernale.
Il prodotto non mi accresce, io non mi accresco.
Il prodotto mi accontenta; io mi accontento.

Non siamo Utili
(Utile, ciò che serve a chi lo utilizza). Noi facciamo utili (noi diamo profitto).
Lo stesso Profitto, che nacque come “con beneficio intellettuale“, a braccetto con la Scuola (il ragazzo frequenta con ottimi profitti!), è declinato a vantaggio economico, “eccedenza del totale dei ricavi sul totale dei costi”.

Io non devo emozionare, devo vendere emozioni.

Io sono nata scrivendo. Ancor prima di imparare a scrivere, volevo scrivere.
Ho scritto sempre: su agende vecchie, su quaderni nuovi. Sulle tasche degli zaini, sui bigliettini di auguri.
Ho scritto lettere mai lette, alcune mai spedite.
Ho curato la calligrafia, imprimendo sempre bene le parole sul foglio, tanto da creare quel “solco” che mi poi mi portava ad odiare la famosa “pagina dietro”, quella di sinistra.
Ho letto bozze, scritto prefazioni. Ho scritto per qualcuno, ho scritto di qualcuno.

Ma ho tenuto sempre una parte di scrittura, privata e segreta.
Quando mi hanno spinto, ho avuto la paura di quando han provato ad insegnarmi a nuotare buttandomi in acqua.
Ho pianto, imparando ad indietreggiare, a scappare.
Fino a quando ho deciso di crescere e ho deciso che in quel mare io non ci volevo camminare e guardarlo solo dalla riva.
Ci volevo nuotare. Fino a vedere la riva sparire.

Non mi è mai mancata la voglia di imbarcare la mia scrittura e spedirla. Mi è mancato il coraggio.
E forse una mano sicura e carezzevole a tenere la mia.

Non ho avuto paura dei giudizi perchè, senza troppa retorica, è con i No che si cresce.
Sono i No che mettono gli accenti, che inseriscono le giuste pause, che spesso fanno le andature.
Per abbandonare, quando è necessario. E per andare avanti, quando è altrettanto necessario.

I miei ritmi di crescita sono ancora oggi scanditi dalle cose che imparo.
E’ il mio modo di misurare il tempo.
Ho avuto appetiti piccoli, spuntini frugali. E questo ha tolto un pò di struttura, ha incurvato un pò la schiena e piegato lo sguardo.
La poca fame e lo scarso apporto proteico alimentano la fragilità, abbassando le difese, quelle per difendersi, e quelle per attaccare.

Ma la cultura e lo studio, quando bussano ad una mente giovane, desiderosa di andare avanti, anzichè crescere, spesso non vengono accolti, ma solo ospitati.
E si sa che, dopo 3 giorni, l’ospite è come il pesce.
E’ una colpa perdonabile, come tante cose che ho imparato e scelto di perdonarmi anche io, perchè la gioventù ha spesso in bocca quel retrogusto incolpevole di testardaggine e presunzione.

Ma crescere significa non vedere una fine, ma sempre un inizio.
In una salita, vederne lo spunto. In una discesa, gustarne l’ebbrezza del salto.
Quando si decide di cercare il proprio posto nel mondo, ci si spoglia e ci si incammina.

Ma se il proprio posto nel mondo è Scrivere, ci viene dato un coltello senza impugnatura. La passione diventa Arte, l’Arte diventa il lavoro.
Ed il lavoro, sfama.

“Monetizzare” le passioni è un’immagine che ho spesso associato al comprare dei Jeans.
Io li amo, i jeans, ma ho evidentemente una forma strana per cui sono sempre troppo stretti, troppo larghi, troppo scuri, troppo sbiaditi, troppo lunghi. Troppo qualcosa.
Forse non li ho cercati nei posti giusti, forse non ho trovato il mio modello.
E mentre li cerco, i miei jeans, quando si fa sera e si abbassano le saracinesche, faccio ancora i conti con i mostri sotto al letto, vestiti di paure, insicurezze, vertigini.
Che quando sei alta un metro e un coriandolo, anche un gradino ti dà vertigini 🙂

Ho imparato che per scrivere, per fare Arte, ci vuole l’umiltà di raccogliere e di prendere la rincorsa, ma anche il coraggio e l’audacia di saltare. Il Momento.
Vivere significa saltare da uno strapiombo e costruirsi le ali mentre si precipita”.

C’è bisogno di un “IO”.
C’è bisogno del Triangolo del Fuoco: Talento, Cultura, Tecnica.
C’è bisogno di maestri, di compagni, che sappiano insegnarci, guidarci, scoprirci, sgridarci, spronarci.
C’è bisogno dei No. E c’è bisogno dei Si.
C’è bisogno di essere irradiati, illuminati, baciati, ispirati. Così da poter irradiare, illuminare, accedere, baciare, ispirare.
C’è bisogno di crederci, e c’è bisogno di qualcuno che ci creda.

L’arte è una catena di bellezza che si tramanda e che attecchisce dove il terreno è fertile.

L’Arte deve essere per tutti, ma forse fatta da pochi,
Fatta bene.
Arte è una parola di quattro lettere che ha l’agilità di saltare, di tendere all’alto, al grande, all’in-avanti.
E’ leggera e potente, e si appoggia al Bene, sedia robusta, di altrettante poche lettere.
Ti voglio bene. Sto bene. Mi fai bene.
Che bella parola, il bene.

Far Bene. Fare del bene. Stare bene. Volersi bene. Voler bene. Saper accogliere il bene.
Con cura e amore.

Perchè nell’arte, in fondo, è un pò come in cucina…per fare bene un piatto ci vuole Amore. Altrimenti, è soltanto preparare da mangiare.

Di che senso sei?

Nell’epoca social 2.0, l’unica cosa ad essere rimasta segreta (forse) è il voto.
Tutto il resto siamo ritenuti a pensare che debba essere dichiarato, espresso, manifestato, pubblicato, anzichè preservato e scoperto, nell’intimità di una conversazione, di una conoscenza.
Perchè abbiamo bisogno di sapere. Sapere per giudicare, per scremare, per insegnare, per impartire, per categorizzare.
“Dimmi tutto quello che sai e lasciami decidere”.
Abbiamo appiattito un senso fondamentale, il sesto.
Lo abbiamo schiavizzato a quello digitale, informativo.

E questo pezzo non è una filippica contro il Social, contro il digitale. Perchè qui siamo sui social e stiamo digitando.
Non è una questione di “luoghi”. E’ una questione di “modi”.

Siamo arrivati su Marte, progettiamo il futuro, abbiamo contapassi e contacalorie, abbiamo uno sguardo al futuro, possiamo programmare il tempo, il caffè, l’invio ritardato di una mail…ma forse non sappiamo più “sentire”.

Applichiamo modelli matematici ai rapporti umani, cerchiamo informazioni, abbiamo bisogno di “inquadrare”.

E l’Orientamento Sessuale è diventato un’informazione di base.
Un diritto che siamo costretti a dover proteggere dall’odio, dalla discriminazione, dalla violenza.
Nascere con un “orientamento sessuale comune” rappresenta oggi l’essere nati “dalla parte giusta”, come nascere in una società civile in cui sono garantite le cure, il sostentamento, il lavoro.
Il “possedere” l’orientamento “comune” ci garantisce la tranquillità di non essere costretti a dichiarare niente.
Non dichiariamo le nostre Entrate, ma dobbiamo dichiarare…che cosa, esattamente?
Con chi andiamo a letto?
Chi ci fa innamorare?
Chi ci fa perdere i sensi?
Per chi saremmo disposti a cambiare città, colore di capelli, lavoro, casa, scuola, domicilio?
Forse abbiamo “mercificato” il sesso, lo abbiamo abusato, lo abbiamo voluto sviscerare, monetizzare, guardare, capire.
Il suo legame con l’amore è assolutamente argomento di altra fattura.
Ma forse avvicinarlo ad una sfera “emozionale”, lo renderebbe meno opinabile.

Ho sempre vissuto l’orientamento sessuale come una forma d’amore, una forma d’amare.
Negli anni Novanta, gli anni della mia infanzia e pre-adolescenza, avevano forse ancora un qualcosa da preservare.
Le “preferenze” non le ho mai ritenute una “informazioni” da dover dichiarare, da curriculum, peculiarità legate all’individuo, come possono essere la professione, la città di origine, il colore naturale dei capelli.

Io, semplicemente, “Non me ne interesso”. Le cifre che delimitano il perimetro della mia vita, importante e rilevanti nel tracciare il profilo di una persona a cui “legarmi”, in maniera professionale, personale, sono legate all’educazione, al rispetto, all’atteggiamento nei confronti della vita, degli altri.

Il conoscere, a priori, l’orientamento sessuale di una persona, non solo non è rilevante, ma mi imbarazza, talvolta.
Non è nelle mie corde il doverne essere informata a priori.
Ho sempre pensato che sarebbe come se, alle 7.40 di mattina, su un tram, un gruppo di sconosciuti mi chiedesse a bruciapelo:
ma tu, quando ti lavi i denti, lasci scorrere l’acqua?
Ma tu che tipo di intimo usi?
Ma tu sei Ceretta o lametta?
Dolcetto o scherzetto?
Ma tu sei innamorata?
Ma dormi col pigiama o con peluche e il babydoll?

Probabilmente, insieme alle occhiaie e al disagio sociale, pescherei dalla borsa una padella, uno spicchio d’aglio e risponderei serafica “Gioia, con questi ripassati a fiamma vivace un pochino di cavoli tuoi”.
Porre l’Orientamento sessuale di una persona come caratteristica che lo contraddistingue è come giudicare un sentimento.
Il Coming Out che alcune persone (di profilo pubblico o no) sono “costrette a fare” è un po’ un misuratore della nostra civiltà.

Dovremmo forse vivere sfumare la sessualità intesa come “atto”, avvicinandola ai sentimenti.

Dammi il margine.

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“La cosa più difficile è preparare un pugile per il match. Si arriva all’80-85 percento, ma mai al 100 percento. Perché se un pugile va sul ring preparato al 100 percento e perde, non ha più scuse”.

Cus D’Amato.

È assurdo e utopico pensare che tutto, in un match, sia una nostra intuizione, il nostro gancio perfetto.

A bordo campo ci han preparato allenatori, madri, riformatori, collegi, politica, religione. Ci hanno imposto posture, silenzi, flessioni di braccia e di capo, verdure, abbandoni, materie, poltrone, ginocchia.

Siamo fottutamente il prodotto di scelte non nostre, ma di allenamenti estenuanti, di prose, di date, di battaglie, di spazzolini da denti e preghiere, di domeniche in chiesa e di sabati al supermercato.

Siamo burattini di libri, tv, canzoni maledette e serenate notturne.

Siamo peccatori nel proibito che si vanno a confessare in parrocchie sconsacrate. Siamo ruoli, etichette o bastardi.

Non possiamo essere nulla più di quel 15 percento.

Quel numero magico ripetuto su una mano è l’unica nostra firma, la nostra scusa.